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I ''Coniugi Arnolfini'' di Jan Van Eyck


Il "Matrimonio Arnolfini" di Jan Van Eyck conservato alla National Gallery di Londra precisamente nella sala 56, è il dipinto più conosciuto del maestro fiammingo. La tecnica usata è pittura ad olio su tavola di quercia.

Come dice il titolo, il quadro raffigura i coniugi Arnolfini, anche se, vari studiosi, tra cui Marco Paoli, ritengono il contrario. Per Paoli il pittore non avrebbe raffigurato la famiglia Arnolfini, ma se stesso con la moglie.

Perché sosteneva questa ipotesi? Per la firma che Van Eyck ha lasciato sul quadro in bella vista. Si trova proprio al centro della scena, sopra lo specchio convesso e recita queste parole: ”Johannes de eyck fuit hic”. Sembra un vero e proprio testamento della sua presenza nella stanza davanti ai due coniugi in procinto di sposarsi. Si domanda Paoli perché questa firma così “invadente” del pittore. Una firma che mette in primo piano se stesso e non la famiglia Arnolfini. Inoltre, questo è l'unico tra gli otto dipinti su cui è stata trovata la firma del pittore, ad avere una presa di posizione così chiara. Questo è il motivo iniziale da cui parte lo studioso per scardinare la teoria sull'identità degli Arnoflini. Ma partiamo con ordine e vediamo di capire qualcosa in più dell'opera e della sua storia.

Il quadro è stato dipinto nel 1434 e probabilmente rimase nello studio del pittore fino a quando non passò nelle mani del nobile spagnolo Don Diego de Guevara, che aveva fatto realizzare due sportelli di protezione, ora perduti, decorati con le insegne araldiche della sua casata. Successivamente, sarà lo stesso de Guevara a donare il quadro a Margherita d'Austria, governatrice dei Paesi Bassi asburgici. E' da questo momento che inizia la storia del quadro, in quanto è stata lei ad inserirlo nell'inventario dei suoi dipinti. Il soggetto dell'opera era stato comunicato probabilmente dal suo donatore, che, come abbiamo detto, era stato lo spagnolo de Guevara. L'inventario di Margherita d'Austria e quelli successivi menzionano il quadro con la dicitura “Arnoult Fin”, che a volte diventava “Hernoul le fin”. Il dipinto entrò a far parte della collezione della National Gallery di Londra nel 1842.

Come prima cosa dobbiamo dire che, l'accostamento a Giovanni Arnolfini non venne ipotizzata prima del 1857, quando è stata proposta dagli studiosi Cavalcaselle e Crowe.

Inizialmente infatti l'identificazione del personaggio maschile era diversa. La prima ipotesi vedeva in lui un certo Hernoul, figlio naturale di Jean de la Hamaide, signore di Condè. Hernoul si macchiò di omicidio, uccidendo un rampollo di una famiglia della nobiltà locale durante una partita di pallacorda a causa di un litigio. Nonostante il grave fatto, non si preoccupò di chiedere scusa alla famiglia. In tutta risposta, venne ucciso per volontà dei suoi cari che richiedevano vendetta. La pena fu la decapitazione e il corpo, diviso in due, venne issato sulla ruota per ben tre giorni. Mentre veniva trascinato al patibolo, l'uomo era stato vestito con abiti nuziali.


La seconda ipotesi, è forse un po' più bizzarra, o se vogliamo dire maliziosa, ma non è comunque da escludere. In quel periodo, nelle Fiandre, esisteva la credenza che il santo Arnolfo di Crepy, fosse il protettore dei mariti cornuti. La cosa fa un po' ridere, ma è così. L'idea è stata suggellata dal fatto che nel dipinto, oltre alle figure dei due coniugi, sono stati rappresentati altri due personaggi, visibili dal riflesso dello specchio convesso. Si è voluto vedere un “ménage” di coppia, dato che nella letteratura quattrocentesca francese era sempre presente l'eroe negativo vittima di storie di corna da parte della moglie. Tra tutte queste novelle ce n'è una in particolare molto divertente, che vede protagonisti due coniugi, la cui moglie tradiva il marito spudoratamente. L'uomo pensava di aver colto la moglie sul fatto, ma lei lo attacca dicendogli di rasentare la follia e gli consiglia di recarsi a fare una serie di pellegrinaggi al santuario di Saint Ulrich di Ausburg, a quello di Santiago di Campostela e a quello di Saint-Arnoul, che l'uomo pensa trattarsi del santuario di Saint Arnoult-en-Yvelines, ma in realtà nelle intenzioni della moglie, era un ironico luogo dedicato al culto popolare del santo protettore dei cornuti. Inoltre, consiglia al marito di accendere una candela, lunga quanto lui, chiaro riferimento al motto “accendere una candela a Saint Arnoul”, quindi per farsi proteggere dal santo. Nel quadro è effettivamente rappresentata una lunga candela accesa sul candeliere appeso al soffitto proprio dalla parte dell'uomo, forse un riferimento a questa storia? Inoltre “Hernould” all'epoca era un soprannome dato proprio ai mariti cornuti.

Per arrivare alla teoria dell'identificazione dei due personaggi Giovanni di Arrigo Arnolfini e Giovanna Cenami, bisognerà attendere il 1857, quando sarà ipotizzata da Cavalcaselle e Crowe. La loro idea si basa principalmente su un'affinità fonetica del nome contenuto negli inventari di Margherita d'Austria, ossia “Arnoult Fin” e “Hernoul le fin” e su niente di effettivamente concreto. Sappiamo che questo personaggio, Giovanni di Arrigo Arnolfini, era un ricco mercante di stoffe, proveniente da Lucca, giunto a Bruges con la famiglia.

Il suo nome nei contratti di lavoro non è stato mai registrato con “Arnoult Fin” o “Hernoul le fin”, quindi appare ancora più strana la loro comunanza. Il primo documento che attesta la presenza dell'Arnolfini a Bruges è del 29 settembre 1435 ed è conservato a Lille, quindi un anno dopo la realizzazione del quadro. Dai documenti emerge che, appena arrivato in terra fiamminga, ricevette da Filippo il Buono il pagamento di 5669 lire per una fornitura di drappi, stoffe e rasi. Questa richiesta da un membro così importante, fa supporre che Giovanni Arnolfini si trovasse a Bruges da molto prima, in quanto sarebbe stato molto strano pensare un rapporto fiduciario così stretto solo dopo pochissimo tempo il suo arrivo in terra fiamminga. Fino ad oggi però, non sono stati trovati documenti comprovanti questa ipotesi.

Il quadro, stando alla tesi di Cavalcaselle e Crowe, rappresenterebbe il matrimonio tra Giovanni di Arrigo Arnolfini e Giovanna Cenami, anche lei di origine lucchese. Sul suo matrimonio, venne scoperto un documento da parte dello studioso Paviot che lo attestava nel 1447. Com'è possibile allora che il quadro fosse stato realizzato molto tempo prima, ossia nel 1434? Si è ipotizzato ad un secondo matrimonio dell'uomo, ma non si hanno prove sufficienti per affermarlo. Inoltre secondo lo studioso Campbell, Giovanni di Arrigo non aveva grande interesse per le arti visive, motivo per cui, insieme al documento che attesta il suo arrivo a Bruges nel 1435 e il documento delle nozze del 1447, si dichiara apertamente contro la tesi di vedere il nobile di origine lucchese come committente dell'opera.



Ed è qui che entra in campo una nuova teoria, quella dell'identificazione del personaggio maschile con il cugino di Giovanni di Arrigo Arnolfini, ossia Giovanni di Nicolao Arnolfini. I due purtroppo sono stati registrati con lo stesso nome “Jehan Arnoulphin” nei contratti di lavoro e questo non aiuta nell'identificazione. Sappiamo però dai documenti archivistici che Giovanni di Nicolao Arnolfini era più anziano del cugino e si era sicuramente sposato solo una volta con Costanza Trenta. Nel 1433 Giovanni di Nicolao era rimasto vedevo, quindi anche in questo caso sorge spontanea la domanda di come sia possibile la sua presenza nel quadro con la moglie l'anno successivo. Forse un omaggio alla donna che morì di parto? Sempre dai documenti emerge infatti che Giovanni di Nicolao non ebbe eredi. In tutti e due i casi però le varie teorie non sembrano reggere più tanto, infatti non abbiamo neanche attestazioni di amicizie tra Van Eyck e la famiglia Arnolfini.

Per concretizzare ancora di più la teoria che l'Arnolfini non può essere il soggetto del quadro, si è notato che nel dipinto non figura l'icona del “Volto Santo” di Lucca a cui tutti i cittadini erano molto devoti. Si tratta di un Cristo vestito con una pesante tunica e un'alta corona sul capo. E' da escludere anche, come diceva la Seidel, che il Volto Santo di Lucca si potesse identificare nel piccolo tondo posto in alto nella cornice dello specchio convesso che rappresenterebbe una crocifissione (tutti i tondi raffigurano storie della Passione di Cristo). In aggiunta, non è stato raffigurato nemmeno lo stemma degli Arnolfini: due zampe leonine decussate. Cosa molto strana per una famiglia ricca e potente come la loro.

Queste, possono essere considerate le congetture più importanti per scardinare la tesi dell'identità dell'Arnolfini nel dipinto di Londra.

E qui entra in campo la tesi di Marco Paoli il quale ritiene, in maniera quasi certa, che il ritratto sia un autoritratto del pittore stesso con la moglie Margaretha. Il primo particolare che lo ha convinto di ciò, è stata la firma (come detto all'inizio), così “invadente” (stando alle sue parole) che il pittore pone al centro de quadro. Inoltre ha comparato il quadro con i singoli ritratti dei due personaggi. Abbiamo un autoritratto di Van Eyck ora a Berlino, che sembra quasi uguale in tutto all'uomo nel dipinto di Londra: stessi occhi, stessa pelle chiarissima, stessi tratti somatici. E' stato conservato anche un ritratto della moglie, oggi a Bruges. In questo caso invece le somiglianze sembrano scemare, in quanto, è vero che questo ritratto è di cinque anni successivo il dipinto di Londra, ma il cambiamento del volto della donna è molto drastico. Nel quadro di Londra, Margaretha doveva avere ventotto anni e sembra essere più giovane, invece nel ritratto di Bruges, aveva trentatré anni e ne dimostra molti di più. Dobbiamo però notare che nel ritratto di Bruges appare una scritta interessante che recita:”Coniux meus Johannes me complevit anni 1439 17 IUNII”. Quindi la donna viene dichiarata moglie dell'artista ed è specificata una data: il 17 giungo 1439. Sappiamo che giugno è il mese di nascita del primo figlio del pittore avvenuta nel 1434. Si è così ipotizzato che il ritratto potesse essere un omaggio alla moglie per il quinto anno del primogenito.

Tornando al doppio ritratto di Londra, Marco Paoli ritiene che la stanza dove si trovano i due personaggi, sia la camera matrimoniale, dato che nel 1434 la coppia era già sposata (il matrimonio è stato celebrato nell'ottobre 1433).

Per lo studioso Bertrand invece la camera è preparata per nascita del figlio. Per lui il vero protagonista è il bambino che sta per nascere e vede la scritta come un probabile riferimento al neonato (anche lui si chiamava Jan). Ed è sempre Bertrand a vedere le due figure riflesse nello specchio come due personaggi senza significato, messe lì solo per suggerire uno spazio virtuale. Per Paoli invece potrebbero essere il rappresentante di Filippo il Buono: Pierre de Beaufremant, che avrebbe presieduto al battesimo del figlio e un suo valletto.

Interessante notare anche il piccolo cagnolino in basso tra i due coniugi. Il cane è stato sempre considerato simbolo di fedeltà ed era facile vederlo in quadri con soggetti di matrimonio o di coppia, ma in questo caso sorge spontanea una domanda. Come mai nello specchio non si vede il suo riflesso? Sembra strano pensare ad una dimenticanza, è più probabile che Van Eyck si sia avvicinato alle credenze popolari del tempo, che paragonavano il cane ad un animale demoniaco a causa della sua facilità di copulare in pubblico senza pudore. Quindi avrebbe deciso di toglierlo dal riflesso perché non “degno” della scena.



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